Il vecchio e i libri maledetti
di Paola Grandis
1758 – Parigi
«Giovanotto, si sbrighi a consegnarmi quello per cui è venuto», disse l’uomo anziano rivelando impazienza e irritabilità, non solo nelle parole.
«Ho accettato di riceverla solo per l’amicizia che mi lega a suo padre. È grazie a lui se sono riuscito a farla franca ma possono arrestarmi da un momento all’altro. Devo andarmene da qui entro un’ora se non voglio essere rinchiuso ancora una volta alla Bastiglia. Parigi è diventata una città alquanto insalubre!» concluse il gentiluomo. Era abbigliato ancora con redingote e calzamaglia, i capelli bianchi erano acconciati in un codino, mentre – stizzito e deciso a far durare quella conversazione il meno possibile – osservava il giovane ospite seduto davanti a lui, al di là della fumante cioccolatiera che il cameriere aveva appena portato.
«Monsieur, mi perdoni, ma è per eseguire le ultime volontà di mio padre che sono qui.»
A quelle parole il vecchio sussultò.
«Orace è dunque morto?»
«Una settimana fa, Monsieur» disse il giovane reggendo lo sguardo del vecchio.
«Ucciso» precisò.
Tra i due intercorse uno sguardo intenso e Jean Marie Aruet comprese che l’ospite non era un giovanotto importuno che in nome di una vecchia amicizia gli sottraeva tempo prezioso per mettersi in salvo.
E non era neppure una spia, come aveva temuto.
«Mi racconti, ma faccia presto: non posso ascoltarla con la tranquillità che vorrei.»
Il giovane dal volto un po’ spigoloso, privo di parrucca e con dei folti favoriti che anticipavano a Parigi la moda che presto sarebbe giunta da Londra, sollevò sul minuscolo tavolino rotondo una voluminosa borsa da viaggio.
«La apra, Monsieur!» ordinò al vecchio.
Aruet la prese, se la mise sulle ginocchia e fece scattare la chiusura.
Non vide altro che della biancheria da donna.
«Cerchi sul fondo» suggerì il giovanotto.
Le mani del vecchio rovistarono finché non incontrarono qualcosa di duro e per lui riconoscibile.
Libri. Si trattava di libri.
Aruet ritornò a rimpiangere di aver accettato quell’incontro.
Le vicende della sua vita e la forza delle sue idee – oltre ad averlo costretto a vivere come un vagabondo – attiravano esaltati d’ogni genere al suo uscio. Soprattutto giovani che s’illudevano di trovare in lui un ribelle battagliero e che restavano delusi quando scoprivano di parlare con un vecchio ormai fragile e stanco.
«Per questi libri è stato ucciso mio padre» gridò il ragazzo scordandosi ogni forma di etichetta.
«E non solo lui: anche chi li ha scritti è morto nella violenza. Questi libri sono stati la maledizione della mia famiglia. Appartenevano ad Ambroise Paré, un chirurgo del 1500 che li ha tramandati al suo collaboratore e mio avo, Olivier Mazelin. Da allora, nel corso dei secoli, tutti gli uomini che li hanno custoditi sono morti. Assassinati.»
Il giovane era ormai incapace di restarsene seduto e si alzò, continuando a perorare la sua causa percorrendo a falcate nervose l’ampia sala.
«Il giorno stesso in cui è stato ucciso, mio padre – è trascorso ormai un mese: secondo la polizia di Parigi il delitto è avvenuto per mano di un ladro che si é introdotto nello studio a scopo di rapina – aveva consegnato i volumi a mia suocera, Jeanne Durel. Ignara della loro storia e della loro pericolosità, Jeanne li ha accettati: ha immaginato che si trattasse di una delle stravaganze di Orace. La sera stessa dell’omicidio si è presentata a casa mia a notte fonda, non appena la polizia è andata via. Quanto a me, neppure per un momento avevo creduto che l’omicida fosse un balordo qualsiasi e non il Cacciatore. Insieme ai libri che Jeanne mi riportò, c’era una lettera vergata da papà nella quale mi pregava di consegnarli a voi perché li portaste al sicuro. Cosa che ho fatto, le confesso, con grande piacere: non aspiro a essere la prossima vittima, soprattutto adesso che sta per nascermi un figlio.»
A quel punto il giovane smise di agitarsi, si fermò davanti a un Jean Marie Arouet sempre più turbato, appoggiò entrambe le mani sul tavolo e guardò il vecchio con decisione:
«Conosco molto bene quei volumi, li ho letti e riletti più volte durante la mia adolescenza. Le assicuro che faccio fatica a credere che tanti uomini abbiano sofferto a causa loro. Devo anche ammettere che ho trovato più interessante gli appunti di Olivier sulle nuove pratiche di medicina che non le disputazioni teologiche contenute qui dentro» concluse il giovane, dando un colpetto con l’indice della mano destra ai tre tomi che il vecchio teneva in grembo.
Infatti, mentre il giovane parlava, Aruet, dopo aver rovistato ancora nella borsa, aveva estratto tutti i testi e li aveva iniziato a sfogliarli con grande cautela e con meraviglia.
Il primo era uno zibaldone piuttosto spesso, chiuso con dei forti lacci arancione, ma gli altri due furono una tale sorpresa e mai, Jean Marie Aruet detto Voltaire, aveva pensato di poterli avere tra le mani.
Come tanti altri studiosi in Europa, aveva persino dubitato della loro esistenza.
Voltaire tentò di girare alcune pagine, ma le mani gli tremavano e non solo per la paura.
Per due secoli erano stati nascosti a Parigi, nella casa di uno dei suoi migliori amici!
Orace era morto per proteggerli.
«Monsieur, mia moglie voleva che li bruciassi e in un primo tempo sono stato d’accordo con lei: troppo sangue è stato versato a causa loro. Ed é questo il motivo per cui non li ho gettati nelle fiamme: ho deciso che avrei obbedito a mio padre e che avrei tentato di consegnarveli e di proteggerli. Se lei non se la sente di portarli con sé, la comprendo. Me li riconsegni e faranno la fine che avrebbero dovuto fare duecento anni fa: nessun uomo morirà più a causa loro!»
Jacques Mazelin fissò Voltaire ancora una volta prima di aggiungere:
«Credo che siano gli ultimi due esemplari esistenti in tutta la cristianità.»
Voltaire prima di rispondere prese i volumi e li rimise con cautela nella borsa da viaggio, non tralasciando di ricoprirli con cura con la biancheria femminile.
«Li porterò con me. A Ferney dovrebbero essere al sicuro. Se non sarà così … Ebbene, ho ancora abbastanza amici fidati che mi aiuteranno a farli arrivare in Inghilterra. Come ha ben detto lei, troppe persone sono morte ma non possiamo neppure permettere che vengano distrutti.»
«Se non li porta con sé, saranno perduti in ogni caso. Gli sbirri, tuttavia, potrebbero rinvenirli durante un controllo lungo il viaggio e allora lei rischierebbe parecchio» aggiunse Jacques che iniziava a sentirsi in colpa per aver coinvolto quell’uomo anziano e rimpiangeva di non aver dato retta alla moglie.
«Non si preoccupi» gli rispose Voltaire alzandosi in piedi a sua volta.
«Non penso che delle guardie di confine sarebbero in grado – oggi – di riconoscerli. Piuttosto, è possibile che l’assassino l’abbia seguita? Mi è parso d’intuire che lei conosca l’identità dell’omicida di suo padre.»
«Non credo che mi abbia seguito, ho fatto molta attenzione. Mi aspetto se mai di vedermelo piombare nella mia nuova casa. Ma non credo: ho preso le mie precauzioni.»
«Quali? Se vuole dirmelo, ovviamente.»
«Due giorni dopo la morte di mio padre, un incendio ha distrutto completamente la nostra tenuta. Ho fatto in modo che l’evento avesse la dovuta pubblicità, insieme alla notizia che la preziosa biblioteca paterna, ricca d’incunaboli e di testi del 1500, è andata del tutto perduta.»
«Ma lei è un folle, ragazzo mio: ha preferito dar fuoco alla casa dei suoi avi e bruciare tutti quei libri . . .anche gli incunaboli?» domandò incredulo Voltaire, più teso che mai.
Jacques sorrise davanti all’indignazione del filosofo.
«Alcuni li ho salvati, trasferendoli a casa di persone fidate. Le assicuro che perdere una casa a causa di questi tre tomi è poca cosa. Se lei avesse visto mio padre, come l’ho visto io, riverso nel suo studio, con la gola tagliata, immerso nel suo sangue dopo essere stato torturato e se sua moglie stesse aspettando il primo figlio, mi capirebbe.»
«Mi perdoni» convenne il filosofo «è che quando si tratta di libri …Che mi dice dell’assassino?»
«Mio padre lo chiamava il Cacciatore e ha sempre sostenuto che fosse un emissario del Vaticano. Come tutti, nella mia famiglia, sono cresciuto temendolo: tra noi e lui c’è una guerra che dura da oltre duecento anni. Tutti i primogeniti Mazelin sono morti assassinati ma i libri si sono sempre salvati. Vorrei evitare di essere il prossimo e che lo possa essere mio figlio. Non conosco la vera identità del Cacciatore non l’ho mai conosciuta e credo che non la conoscesse neppure mio padre. In famiglia si racconta che si tratti dello stesso uomo: dal Cinquecento a oggi! Una specie di immortale. Naturalmente sono tutte sciocchezze, legate forse al fatto che il primo cacciatore, quello vero, Angelo Massarelli, era un agente del Sant’Uffizio alle dirette dipendenze del cardinale Gian Pietro Carafa. Mio padre non credeva all’esistenza di questo immortale, così come non ci credo io. Mio nonno invece ne era convinto, nonostante la sua cultura scientifica: andava ripetendo che il Massarelli avesse ottenuto l’immortalità bevendo qualche goccia del Sangue di Cristo gelosamente custodito in Vaticano e somministrato da Carafa stesso ai suoi emissari perché cercassero per l’eternità i libri proibiti.»
Voltaire si alzò, tenendo la borsa nella mano sinistra e porgendo la destra al giovane:
«Che sciocchezza, certo che non si tratta dello stesso uomo: la Chiesa romana è potente ma non sino a questo punto!» commentò il vecchio, ridacchiando.
«Li porterò con me e appena potrò, le farò sapere com’è andata.»
Jacques Mazelin strinse la mano di Voltaire e si meravigliò per il vigore di quelle mani che poco prima gli erano apparse tremanti e incerte, al punto da dubitare di aver fatto bene a compiere quel viaggio. Nel salutarlo però Jacques aveva scorto una luce nuova negli occhi del fiero gentiluomo, come se l’idea di proteggere i libri gli avesse offerto un motivo in più per lasciare la patria.
1758 – Ferney (Svizzera)
Finalmente solo e in salvo, con un’intera nottata davanti a sé, Voltaire si accinse a fare quello che da giorni aveva pregustato.
Aprì la borsa da viaggio ed estrasse i libri.
Il frontespizio del primo, in ottavi, recitava:
DE CHRISTIANISMI RESTITUTIO di Michele Altavilla (Servetus)
Il colophon: Anno di stampa 1557. Venezia. Editore: Antonio Brucioli.
Il frontespizio del secondo, sempre in ottavi:
TRATTATO UTILISSIMO DEL BENEFICIO DI GIESU CHRISTO CROCIFISSO VERSO I CHRISTIANI Anonimo.
Il colophon: Anno di stampa 1543. Venezia. Editore: Bernandino de Bindonis
Sulla copertina dello zibaldone, vergato a mano da una grafia antiquata ma sicura, c’era scritto:
MEMOIRES DI CORNELIA EMPRIMEUSE e sotto, più in piccolo, Pour n’oublier jamais.
Dentro c’erano un’infinità di fogli scritti, ordinati per anno e preceduti da una sorta di prefazione.
Voltaire pose i tre volumi sul tavolo davanti a sé, indeciso su quale leggere per primo.
Riprese in mano il De Beneficio e lo sfogliò, ammirandone la fattura, palpando le pagine spesse e leggendo qualche parola qua e là.
Quindi fece altrettanto col De Christianismi.
Infine, prese lo zibaldone.
Grosso modo sapeva cosa contenessero i due testi e perché chi li aveva scritti fosse stato messo a morte: l’emozione che quelle due opere gli trasmettevano era quella tipica dell’erudito che si trova tra le mani un tesoro del passato.
Alternava l’ammirazione per il coraggio di chi li aveva scritti al piacere estetico di avere tra le mani opere autentiche dell’editoria veneziana del ‘500.
Lo zibaldone, invece, aveva nuove cose da raccontargli.
Man mano che lo sfogliava e che leggeva, Voltaire sentiva crescere dentro di sé il fuoco di quell’unica passione per lui più importante della libertà e delle donne: la ricerca della conoscenza.
Controllò che il lume facesse abbastanza luce e fu dalle Memoires che decise di incominciare a leggere.