I sette assassini di Reiko Miori e I delitti della casa docagonale
di Mikihiko Renjo e di Ayatsuji Yukito
Giallo giapponese ho scritto su un post qualche giorno fa e di giallo giapponese proverò a parlarvi.
Ho ancora molto, anzi moltissimo da imparare a riguardo, per cui – per il momento – non vi farò la storia di questo genere in Giappone e mi limiterò a analizzare per voi i primi due gialli che ho letto.
Che poi – lo so che lo sapete, ma, repetita iuvant – il termine “Giallo” lo utilizziamo solo noi italiani ed è una sorta di tributo al famosissimo Giallo Mondadori: il resto del mondo lo chiama “Thriller” o – meglio ancora – “Crime“.
Con tutti i suoi sottogeneri: Noir, Polar, Cozy e così via.
Com’è che mi è venuto il ghiribizzo di scoprire i Crime giapponesi?
Ve lo ripeto ancora una volta: ne so davvero ancora (pazienza per la ripetizione) poco e le cose sono andate così.
Stavo partecipando a un corso con lo scrittore Massimo Tallone, quando, in un contesto generalista, egli cita questo benedetto “Giallo Giapponese”.
Per quel che mi riguarda, avrebbe potuto dire “Giallo Inuit“: la sua frase avrebbe funzionato uguale e io mi sarei meravigliata uguale.
Dunque – pensai – esiste.
Terminata la lezione, iniziai a informarmi e dopo qualche giorno, acquistai due romanzi:
I setti omicidi di Reiko Miori, dello scrittore Mikihiko Renjo con tanto di fascetta che lo sbandiera come il thriller più venduto in Giappone al momento, anche se Renjo è morto nel 2013 e I delitti della casa decagonale di Ayatsuji Yukito, uno dei grandi maestri del genere Giallo e Horror, nato negli anni Sessanta e ancora tra noi, autore anche di una nota serie televisiva giapponese.
E di questi due romanzi desidero parlarvi.
Reiko Miori è una modella di ventitré anni di fama internazionale: il suo bellissimo e perfetto volto compare sulle principali testate di moda del mondo intero.
Reiko sarà la voce narrante del primo capitolo e subito scopriremo che non tutto è come sembra perché la protagonista è una giovane donna profondamente ferita nel corpo e nell’animo.
Reiko ci fa sapere che vuole uccidere sette persone, quelle che le hanno devastato – in modi differenti – l’esistenza.
Il romanzo prosegue con continui colpi di scena, la voce narrante cambia e tutto ruota attorno a questi omicidi preventivati, ai quali andrà aggiunto l’omicidio della stessa protagonista .
Non vi sto svelando nulla, perché tutto questo lo scoprirete sin dalle prime pagine e nel primo capitolo.
La vicenda prosegue, con continui svelamenti e svolte, ma il cuore di tutto ruota attorno allo strazio e alla mercificazione del corpo di questa ragazza.
E alla sua vendetta.
E’ un Crime investigativo? Ni: c’è un commissario che indaga ma a conti fatti ha un ruolo marginale.
C’è azione? Anche qui, ni.
Non si può dire che non ci sia: raccontare sette omicidi con le condizioni date nel romanzo, non è uno scherzo.
Diciamo che è un tipo di azione diversa rispetto a quella alla quale siamo abituati noi amanti del genere.
Di certo si tratta di un intenso giallo psicologico e in parte sociale.
Mi è piaciuto?
Sapete che ancora non lo so?
Credo di conoscere troppo poco – anche se per motivi diversi dalla scrittura l’ho approcciata più volte nel corso degli anni – la cultura giapponese per poter esprimere un giudizio.
Quel che posso dirvi è che è scritto bene (tradotto?) e che è molto – come diciamo noi italiani? – machiavellico.
Veniamo al secondo romanzo, quello di Yukito.
Questo scrittore è considerato un maestro di quella che in Giappone definiscono la Golden Age del Giallo.
Vi svelo subito che mi sono divertita a leggerlo perché l’autore ha alcune idee, per caratterizzare i suoi personaggi, che appena vi avrete famigliarizzato, le troverete astute e intriganti.
Per qualche periodo (nel senso sintattitico del termine), leggendo mi sono quasi scandalizzata e ho pensato cose del tipo Ma no, dai, questa è troppo una marchetta …
Poi ho compreso e la questione si è fatta interessante.
L’intero romanzo è un tributo ad Agatha Christie e la vicenda rimanda volutamente a “Sette piccoli indiani“.
Anche qua c’è un’isola e anche qua alcuni personaggi vengono spinti con un inganno a raggiungere la casa dodecagonale – no, lo dico senza offesa, ma solo uno scrittore giapponese può inventarsi questo tipo di abitazione – e sin dalle prime parole comprendiamo che la voce narrante è l’omicida.
Il perché faccia tutto questo, lo scopriremo nel corso del romanzo e chi sia l’assassino – come ogni noir che si rispetti – lo comprenderemo solo alla fine.
Il libro è costruito come … una scatola cinese o, se prefrite vista la sin troppo ovvia metafora, come una matrioska russa e vi divertirà giocare a scoprire cosa ci sia all’interno dell’ultima scatola.
Resta il fatto – lettore avvisato – che anche in questo romanzo l’aspetto psicologico e – in questo caso – persino filosofico ha un ruolo importante.
Forse è l’animo giapponese che è così.
Come ho premesso, devo studiare ancora e leggere almeno altri due o tre romanzi per capire se il Thriller giapponese faccia per me.
Se vi lascerete tentare da una o da entrambe queste letture, fatemi sapere qua cosa ne pensate.
Ne ragionerei volentieri insieme a voi.